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La devozione per Santa Barbara, nella nostra città, è talmente profonda ed immutata e si tramanda nei secoli a tal punto che molti, tra il popolo, in passato ritenevano Barbara nativa di Paternò: immaginando nella torre campanaria della Chiesa della Madonna dell’Itria (la cosiddetta torre dei Falconieri), la stessa torre dove la giovane fu rinchiusa dal padre che voleva così gelosamente custodirla, ed in una grotta che si apriva tra alcune rocce vulcaniche nei pressi della Chiesa sopraccitata, la stessa grotta in cui Barbara trovò rifugio mentre il padre Dioscuro, furioso per la fede che la figlia nutriva in Gesù, la inseguiva per ucciderla.
Si tratta, tuttavia, di vecchi racconti popolari, diffusisi nei secoli scorsi tra la gente che sentiva forte il bisogno di sapere la loro Patrona quanto più vicina a sé.
Una “Paternese” lontana dunque migliaia di chilometri da Nicomedia sua vera Patria, ma così vicina al nostro popolo quando nel lontano e funesto 1576 si propagò la peste nella “Fertilissima Città di Paternò”.
Il Patrocinio di Santa Barbara su Paternò risale infatti a quel nefasto anno del XVI secolo, quando portata dai Mori sbarcati a Sciacca, scoppia in Sicilia la cosiddetta Morte Nera sotto l’allora regno di Filippo II di Spagna e Vicerè Marco Antonio Colonna.
A Paternò sono già da più di un secolo Si-

     
Chiesa della Madonna dell'Itria (Torre dei Falconieri)
gnori i Moncada, da quando nel 1456 Raimondo Moncada la comprò per 24.000 fiorini. In quell’anno governa Donna Luisa di Luna, vedova di Don Cesare Moncada.
Tra il 22 luglio e il 4 agosto, come raccontano le cronache del tempo, morirono circa settanta persone (su una popolazione di circa 5.000 unità).
Donna Luisa di Luna ordinò quindi l’apertura di due lazzaretti per fronteggiare tale emergenza. Furono così istituiti due ospedali, uno nella Chiesa della SS. Annunziata, fuori le mura della città, in cui erano ricoverati un centinaio di appestati curati dal Nobile Pietro Criventi, Filippo Venuto e Antonio Berizzotto; e l’altro nel quartiere di Sant’Antonio per la convalescenza dei malati curati qui invece da Nicola Crapei, fatto appositamente venire da Pietraperzia da Donna Luisa.
Il morbo apparve, infatti, dapprima nel quartiere di Santa Caterina, dove aveva sede la primitiva Chiesa di Santa Barbara, e da lì si propagò rapidamente per tutta la città. Furono così gli abitanti di tale quartiere ad invocare per primi l’aiuto di Santa Barbara la quale accolse amorevolmente le suppliche di quella gente liberando Paternò dal flagello. L’8 settembre di quello stesso anno si gridò al miracolo quando gli ultimi convalescenti ricoverati nel lazzaretto di Sant’Antonio guarirono. Fu a quel punto che tutto il popolo paternese si abbandonò ad una clamorosa dimostrazione della propria devozione per la Santa facendo delle luminarie per tutta la città e portando in processione per le vie l’Immagine di Santa Barbara che era custodita nell’omonima chiesa.
Una leggenda popolare vuole invece che sia stata la stessa Santa Barbara a chiedere ai paternesi la sua invocazione apparendo in sogno ad una suora benedettina; mentre una variante della stessa legenda racconta che la Santa abbia indicato in sogno ad una anziana paternese un punto in cui scavare presso la chiesa a lei dedicata, e di bruciare le corde (vincoli magici che legavano la città al morbo) che vi si sarebbero trovate interrate. Paternò, in ogni caso, deve la sua salvezza a Santa Barbara che di lì a poco venne acclamata Patrona di Paternò. Da qui nacque l’esigenza di dare una nuova sede per venerare la nostra amata Santa (vedi sezione “La Storia”).
               
             
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